Omelia per il Convegno Regionale dei Catechisti

25-02-2018

Cari fratelli e sorelle,

se si dovesse trovare un filo rosso nella liturgia della Parola di questa seconda domenica di Quaresima lo potremmo trovare nella scelta di questo atteggiamento: mantenere fede al progetto di Dio. Dio ha un progetto di vita e di amore per ogni uomo e ogni donna. Nessuno di noi è nato a caso e nessuno di noi vive o muore a caso. Nel cristianesimo, il caso non esiste. Per lo scrittore francese Anatole France, il caso è quando Dio si firma con lo pseudonimo. Non è facile, ovviamente, leggere questo pseudonimo, ma dobbiamo essere sicuri che sulla vita di ogni uomo c’è la firma di Dio. La vita dell’uomo, quindi, è scritta da Dio, è lo sviluppo di un progetto divino. All’origine della nostra esistenza non c’è  il destino, ma la firma di Dio Creatore e Padre. Spesso nei salmi compare il lamento e quasi il rimprovero dell’orante a Dio: “perché mi hai abbandonato?”(Sal 22, 2); “fino a quando continuerai a dimenticarmi?” (Sal 13, 1); “perché nei momenti di pericolo ti nascondi?” (Sal 10, 1). Il predicatore battista inglese dell’800 Charles H. Spurgeon, così commenta il testo di Isaia 49, 14: “Il Signore mi ha abbandonato/il Signore mi ha dimenticato”: “Quanto sembra stupefatta la mente divina davanti a tanta incredulità! Che può esserci di più incredibile dei dubbi infondati e delle paure delle persone che Dio ama? La tenera parola di rimprovero del Signore dovrebbe farci arrossire; Egli grida: “Come posso averti dimenticato, se ti ho scolpito sulle palme delle mie mani? Come puoi dubitare del mio continuo ricordo di te, se il memoriale si trova inciso sulle mie stesse mani?”. O incredulità, che strana meraviglia sei! Noi non sappiamo di cosa meravigliarci maggiormente: se della fedeltà di Dio, o dell’incredulità del Suo popolo. Egli mantiene la Sua promessa mille volte, eppure nella prova successiva dubitiamo nuovamente di Lui”. Dunque, Dio ha un progetto per ogni uomo e ogni donna, e, perciò, per ognuno di noi. E’ possibile mantenere fede a questo progetto? La Parola di Dio ci dice di sì.

Abramo è una bella testimonianza della fedeltà al progetto di Dio. Egli non aveva in mente di sacrificare il proprio figlio. Possiamo immaginare che, come tutti i genitori, anch’egli avesse previsto per suo figlio un futuro di successo e di affermazione professionale. Spesso i padri e le madri si identificano con i propri figli più di quanto i figli non si identifichino con loro. Un padre medico vorrebbe che suo figlio diventasse medico, e, lui, invece, preferisce fare il vigile urbano. La proposta di Dio ad Abramo di sacrificare il proprio figlio è del tutto impensabile, anche se i sacrifici umani erano praticati in molte culture antiche. Abramo, comunque, accetta la richiesta di Dio e, con il suo gesto di ubbidienza, diventa il padre della fede nella promessa di Dio. Perdere un figlio o non avere un figlio significava non avere futuro, non avere nessuno che garantisse e custodisse la memoria, e, quindi, essere destinati all’oblio e alla scomparsa nel nulla. Si badi bene che il concetto iniziale di immortalità non era ancora la sopravvivenza individuale, ma solo la sopravvivenza nella discendenza. Si spiega così il fatto che la fecondità fosse concepita come la benedizione di Dio e la sterilità come la sua maledizione. Abramo si fida della Parola, vive della Parola. Egli è senza passato, perché gli si chiede di lasciare la sua terra, e senza futuro, perché gli si chiede di sacrificare il proprio figlio. Vive del presente e il suo presente è la Parola di Dio.

Anche Gesù rimane fedele al progetto del Padre. Il suo ministero pubblico inizia con la prova delle tentazioni del deserto, vinte con il ricorso alla Parola di Dio (Mt 4, 1-11). Non si lascia tentare neppure dalla scorciatoia che gli viene proposta dai discepoli, e, in modo particolare da San Pietro: “Gesù, voltandosi, disse a Pietro: “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo”.” (Mt 16, 23). I discepoli faticarono molto a capire la vera natura della missione di Gesù. Nell’evento della trasfigurazione, definito da P. Ermes Ronchi, “una pagina di teologia per immagini: si tratta di vedere Gesù come il sole della nostra vita, e la nostra vita muoversi sotto il sole di Dio”, i discepoli prediletti vorrebbero rimanere sul monte (Mc 9, 5). D’altra parte, i monti nella Bibbia sono dimora di Dio, e, il pellegrino verso Gerusalemme alza gli occhi verso i monti, da dove gli viene l’aiuto del Signore (cfr. Sal 121, 1.2).

Può succedere che anche noi chiediamo a Dio di lasciarci sul monte dei nostri desideri, evitando i momenti della prova, del dubbio, dell’oscurità. Ma ciò non è possibile. Nella vicenda umana di Giobbe, la Scrittura dice che “nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male” (Gb 1, 8). Eppure fu sottoposto alla prova, per dimostrare che nonostante la privazione dei beni, dei figli, della salute stessa, egli rimase fedele a Dio. L’eroina Giuditta diceva ai suoi concittadini: “Ringraziamo il Signore, nostro Dio, che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare a Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe in Mesopotamia di Siria, quando pascolava le greggi di Labano, suo zio materno. Certo, come ha passato al crogiuolo costoro con il solo scopo di saggiare il loro cuore, così ora non vuole fare vendetta di noi, ma è a scopo di correzione che il Signore castiga quelli che gli stanno vicino” (Gdt 8, 25-27). Papa Francesco ha confessato il suo smarrimento interiore, il suo momento oscuro. Madre Teresa di Calcutta ha ammesso d’aver avuto una profonda crisi di fede nell’esistenza di Gesù. In altri termini, nessuno gode della corsia preferenziale verso il cielo; il momento della prova fa parte dell’esperienza umana e bisogna, allora, trovare il modo giusto per viverla  senza eliminarla.

Pietro Giacomo e Giovanni obbedirono a Gesù, scesero dal monte “e tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti”. In questo modo, essi mostrarono di fidarsi di Gesù, anche se non capivano le sue parole, e ci offrono un’indicazione eloquente di come prestare fede al progetto di Dio. Il mezzo privilegiato per mantenere la fede è l’ascolto della Parola, anche quando essa sfida i nostri schemi di pensiero. Dio Padre ci chiede di ascoltare la voce del Figlio. Le sirene incantatrici che propongono ideali di felicità a buon prezzo sono tante. La grande sfida, perciò, è non ascoltare queste sirene e ascoltare, invece, la Parola di Dio Padre e del Figlio prediletto Gesù. E, siccome, secondo P. Ronchi, “la vita non avanza per ordini o divieti, ma per una seduzione. E la seduzione nasce da una bellezza, almeno intravista, anche se per poco, anche solo la freccia di un istante: il volto bello di Gesù”, il ruolo del catechista è quello di dare testimonianza personale al volto bello di Gesù.

Care catechiste e catechisti,

come sapete, prima viene il catechista e poi la catechesi. Prima, allora, viene la testimonianza del volto bello di Gesù e poi la spiegazione del mistero di questa bellezza. Il coraggio del primo annuncio è testimoniare il volto bello di Gesù. Dio benedica il vostro coraggio e vi renda testimoni credibili della bellezza del Vangelo e dell’umanità di Gesù. Amen.