Omelia nella Messa celebrata nella basilica di Assisi in occasione dell’ostensione delle spoglie di San Francesco

14-03-2026

Omelia per la Messa nella Basilica di Assisi in occasione della venerazione delle spoglie di San Francesco a 800 anni dalla sua morte

Assisi, 14 marzo 2026

Fratelli e sorelle,

la Celebrazione a cui stiamo partecipando intreccia, in modo singolare, la liturgia della quarta domenica di Quaresima e il fatto, storico, di trovarci dinanzi alle spoglie mortali del poverello di Assisi, San Francesco. In questo modo la parola del Vangelo che abbiamo proclamato e ascoltato è mostrata come Vangelo vissuto, nella storia concreta di un uomo: Francesco d’Assisi. Infatti, l’esistenza di quest’uomo, Francesco, è tutta intrisa di Vangelo. Si è nutrito di Vangelo, ha respirato il Vangelo, ha pensato il Vangelo che è entrato nella sua carne, nella sua vita, nella sua esistenza. Il Vangelo ha trasformato Francesco in Parola di Dio che camminava, che agiva, che conquistava con la sua forza e testimonianza.

Oggi, dunque, la Parola di Dio ci viene incontro attraverso l’ascolto, ma attraverso anche la memoria e la lode che noi facciamo di quest’uomo straordinario che veniva chiamato dai suoi contemporanei come un altro Cristo: cioè uno che riassume in sé l’atteggiamento di Discepolo totale, dove ogni aspetto della sua vita è toccato da Cristo. San Francesco ha fatto del suo stesso corpo una risposta generosa alla Parola di Dio che lo chiamava, divenendo discepolo della Parola: questo motiva l’ostensione di ciò che resta del suo corpo mortale, delle sue reliquie. Non si tratta di una curiosità superficiale, del culto esteriore, di una novità o una moda per attirare qualcuno, quanto piuttosto il riconoscimento profondo del significato dell’incarnazione.

La nostra fede, infatti, non è una filosofia gnostica, un insieme di teorie e norme da osservare. È piuttosto una fede che si fa carne, che si fa azione e pensiero, perché Gesù si è incarnato. Il Figlio di Dio, come dice San Giovanni nel Prologo del suo Vangelo, ha posto la sua tenda in mezzo a noi, si è fatto carne, con tutto ciò che è racchiuso in questa parola: nascere e crescere, amare e soffrire, entrare in relazione e lodare Dio. Quello che Gesù ci ha consegnato, sé stesso e la Sua parola, diviene parte profonda della vita dei discepoli, modo di pensare, amare e soffrire. Ecco, allora, che l’elemento centrale della nostra riflessione è la relazione tra il corpo di Francesco e il corpo di Cristo e il nostro corpo. Senza il corpo non possiamo vivere il Vangelo, che deve entrare non solo nel nostro pensiero, ma anche nelle nostre azioni, nei desideri, nelle emozioni e atteggiamenti.

Il Vangelo di San Giovanni che abbiamo ascoltato ci presenta un brano molto conosciuto, dove si presenta Gesù che ridona la vista a un cieco dalla nascita. Sappiamo che San Giovanni non vuole solo raccontare un miracolo, non vuole suscitare meraviglia per il potere taumaturgico del Signore, ma piuttosto offrirci una riflessione profonda e teologica su quello che Gesù ha detto di sé stesso: io sono la luce del mondo. Giovanni propone l’itinerario del discepolo verso la luce. Gesù stesso illumina l’esistenza di ciascuno di noi e il cieco del Vangelo rappresenta tutta l’umanità che cammina nel buio e può avere la luce per grazia di Dio.

Francesco non è nato cieco, sebbene negli ultimi anni della sua vita una infezione agli occhi lo ha quasi reso cieco, ma sappiamo che ha vissuto una cecità spirituale. Lo fa comprendere in poche frasi egli stesso nel suo Testamento: negli anni prima della conversione il suo sguardo era catturato non dalle cose di Dio, ma da tutto ciò che era superficiale, vano, corruttibile. Solo la Grazia di Dio, che tocca i suoi occhi spirituali in modo profondo, trasforma da amaro in dolce la sua esperienza del mondo, di Dio, dei fratelli. Nel Vangelo di Giovanni è Gesù che squarcia la cecità del cieco. Lo fa quasi accompagnando quest’uomo, così come spesso accompagna ciascuno di noi, in un cammino progressivo, un invito a mettersi in moto: vai a lavarti… Lasciandosi coinvolgere, il cieco – e questo è un invito anche per ciascuno di noi – mette in moto il cammino di illuminazione interiore. Il cieco non solo ci vede ma è anche trasformato interiormente.

Ecco: Gesù guarisce le ferite del corpo ma anche quelle dello spirito. E così è successo nella vita stessa di Francesco, quando il Signore gli ha squarciato le tenebre del cuore e degli occhi spirituali. La celebre preghiera che Francesco pronuncia dinanzi al Cristo di San Damiano è specchio di questo desiderio: Oh Alto e glorioso Dio illumina le tenebre del cuore mio. Il Signore ascolta questa preghiera che chiede luce, che chiede occhi nuovi e glieli offre. Francesco forse altre volte era entrato nella chiesetta di san Damiano; tante volte aveva visto quel Cristo dipinto, con gli occhi aperti: il Crocifisso Risorto. Ma adesso, per la prima volta Francesco incrocia lo sguardo di Gesù. Si vede guardato, si lascia guardare e, al tempo stesso, guarda gli altri in modo diverso. Francesco è come il cieco del vangelo, che alla domanda: Credi tu nel Figlio dell’uomo? Rispose: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: Tu lo hai veduto, è colui che parla con te. E quello: Credo, Signore! E si prostrò davanti a lui. Ecco allora la proposta che ci viene fatta da Francesco, anche attraverso la sua corporeità: fare un cammino di illuminazione interiore, recuperare lo sguardo profondo della nostra anima, sia nei confronti di noi stessi, che di Dio e dei fratelli. Dove stiamo andando? Cosa stiamo facendo? Quali sono le priorità sia nei confronti del mondo sia nei confronti degli altri? La vita di Francesco d’Assisi ci mostra questo cambio profondo, uno sguardo completamente diverso su Dio, su sé stessi, sul mondo, sugli altri, sulla natura. Ci viene chiesto da Francesco, di trasformare la nostra venerazione nei suoi confronti in implorazione al Signore per avere uno sguardo nuovo, occhi nuovi che permettano di vedere con attenzione la realtà. Eppure, sappiamo che le fatiche, le resistenze esistono. Nel Vangelo di Giovanni sono presenti, rappresentati dal gruppo degli scribi e dei farisei, coloro che si oppongono al miracolo e al suo significato profondo, che vogliono negare l’evidenza. Spesso, nella nostra vita, ci sono tante situazioni che offuscano il nostro sguardo, che ci trascinano verso l’oscurità. Francesco ci invita ad avere occhi nuovi, a lasciarci attrarre verso la luce, a essere uomini e donne che hanno uno sguardo diverso, un occhio limpido per la realtà. Dinanzi a noi oggi poca cosa rimane del corpo di San Francesco.

Gli 800 anni dalla sua morte hanno lasciato il segno. L’umidità della sua prima sepoltura, le sue malattie, il suo corpo fragile sono evidenti. Ma come ha trattato Francesco il suo corpo? Certo, dobbiamo riconoscere che egli è un uomo del suo tempo e dunque tende verso una visione dualistica di tipo platonico: spirito e materia, corpo e anima. Il corpo è un nemico di cui liberarsi, un freno, un peso. Ci sono tanti episodi dove Francesco parla chiaramente della necessità di dominare il corpo con le sue passioni o del corpo, causa dei peccati e di tutta la concupiscenza.

Al tempo stesso, però, vediamo momenti nei quali Francesco riscatta il corpo, lo ringrazia per essere stato un mezzo attraverso il quale egli ha potuto esprimere. Egli, attraverso una disciplina dura ed esigente ha potuto sottomettere il corpo e piegarlo all’obbedienza al Vangelo. D’altra parte, è proprio attraverso il corpo che Francesco – come ognuno di noi – vive e rivive la dimensione dell’incarnazione. Questo corpo che, appunto, porterà i segni della passione del Signore impressi sul Monte della Verna, questo corpo che sarà crocifisso, questo corpo che deve essere messo al servizio del Signore.

Oggi tendiamo a dimenticare che non tutto ciò che viene dal corpo è cosa buona. Anzi, c’è una abbondante retorica sul fatto che il corpo è sempre buono, che basta ascoltare il corpo per trovare le soluzioni o la direzione della propria vita. Ma non c’è pagina di cronaca che non ci narri di corpi violati, violentati, uccisi a causa dei desideri senza limiti che emergono da sensi che desiderano appagamento immediato e usano di tutti e tutto per la propria sopravvivenza e il proprio piacere. Così come, in altra situazione, ben conosciamo la ribellione dei corpi a sé stessi nella bulimia, nella anoressia, nell’autolesionismo.

Ecco allora che la conclusione di questa nostra contemplazione di un corpo consumato dalla Parola, ascoltatore non disattento, il corpo di Francesco, invita anche noi a non essere ascoltatori disattenti e fare del nostro corpo il luogo della presenza dello Spirito di Dio. Amen

+ Roberto Carboni, Arcivescovo metropolita di Oristano eVescovo di Ales-Terralba