Minori stranieri oltre la cronaca: quindici ragazzi e una rete di sogni

Anche uno solo di questi bambini (Mt 18,10). È il tema scelto da papa Leone XIV per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato di domenica 27 settembre 2026, richiamando la nostra attenzione sui minori coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me (Mc 9,37).

Con questa prospettiva, come Fondazione Migrantes e Caritas diocesana, abbiamo incontrato nei locali del nostro Seminario Arcivescovile, accolti dal Rettore mons. Alessandro Floris, quindici ragazzi tra i sedici e i diciotto anni ospitati nel Centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati di Cabras e in altri centri per minori del territorio. Con me c’erano le operatrici Caritas Antonella e Federica. Il gruppo dei ragazzi è stato accompagnato da operatrici, operatori e alcune tutrici volontarie.

Sappiamo che il CAS minori di Cabras è al centro della cronaca, a causa di forti criticità, scontri istituzionali, proteste e il trasferimento di alcuni ospiti disposto dalla Prefettura. La vicenda ha alimentato un dibattito nel quale il rischio è che i ragazzi finiscano sullo sfondo. Senza negare la complessità dell’accoglienza, ricordando che al di là di ogni evento critico ci sono adolescenti con un nome e una storia, abbiamo scelto di mettere i ragazzi in primo piano, le loro parole, i loro progetti. Per conoscerci abbiamo usato un semplice gomitolo di lana: ognuno lo teneva per un momento, diceva il proprio nome, il Paese da cui proveniva e un sogno per il futuro, poi lo passava a un altro ragazzo o adulto. Il filo, da mano a mano, ha formato una rete. Un gesto semplice, che racconta la proposta del Papa: accoglienza come relazione concreta e responsabilità, senza lasciare solo chi è vulnerabile.

I ragazzi che abbiamo incontrato arrivano da Algeria, Tunisia, Turchia e Pakistan. Portano nomi come Amhet, Moujib, Djad, Adem, Isac, Ali, Mohamed… Quasi tutti hanno parlato di scuola e di lavoro stabile. C’è chi sogna di fare il pizzaiolo: sarebbe bello trovargli un corso. C’è chi ha il grande desiderio di giocare a calcio: cerchiamo una squadra che lo accolga. C’è chi già ora fa il cameriere e vuole continuare a lavorare nella ristorazione. C’è chi lavora nel mondo delle giostre e sogna di continuare. C’è chi impara a fare il gommista. C’è anche chi sogna di diventare insegnante. C’è chi non ha le idee chiare sul domani: d’altra parte alla sua età il futuro dovrebbe poter essere esplorato, non già deciso. C’è chi dice di desiderare soprattutto una cosa: essere felice e avere un bel futuro. C’è ancora chi ha bisogno di dire che non apprezza chi ruba e non vorrebbe esser catalogato come ladro solo per la sua origine. C’è chi pensa a raggiungere Roma o Milano. Un ragazzo, dopo avere vissuto in diverse città italiane, ha raccontato di trovarsi bene qui, in Sardegna.

Abbiamo ascoltato parole semplici ma profonde e preziose, di ragazzi che vogliono studiare, lavorare, imparare un mestiere, giocare a calcio e stare bene. Ciò che dovrebbe essere il sogno di tutti i ragazzi del mondo.

Le parole del Papa ci chiedono di riconoscere il minore prima ancora della sua condizione di migrante e di tutelarne il diritto all’educazione e a un’esistenza che gli permetta di crescere pienamente. Ciò cambia la logica dell’accoglienza o perlomeno la illumina.

Alla fine dell’incontro è rimasta una sensazione di semplicità e gioia, oltre a una certa inquietudine per le difficoltà ascoltate e respirate. Abbiamo mangiato insieme. Una merenda a base di panini, pizza, patatine, dolci e qualche bibita. Anche questo, per i ragazzi, conta. Uno di loro al termine ha detto: È stata una bella serata, ho mangiato tanto. Una frase che vale più di molte analisi: accogliere significa creare occasioni in cui un ragazzo possa sentirsi atteso, ascoltato, riconosciuto.

Il Papa invita a superare la distanza che riduce la persona a un dato statistico e a costruire percorsi di incontro, integrazione e amicizia.

La rete del gomitolo può essere l’immagine di ciò che serve: legami. Tra ragazzi e territorio, istituzioni e comunità, operatori, volontari e tutori, tra chi arriva e chi già abita questa terra. Incontrare quei quindici ragazzi non risolve i problemi dell’accoglienza, ma indica da dove cominciare: dai loro volti e dalle loro storie. Perché dietro ogni parola come migrante, minore, straniero c’è una persona. E dietro ogni persona c’è un futuro che chiede di essere preso sul serio. Perché chiedere a un ragazzo quale sia il suo sogno significa invitarlo a lanciare lo sguardo oltre l’ostacolo di un percorso indubbiamente accidentato.

Anche uno solo, ci ricorda Leone XIV, citando il Vangelo. Nel nostro Seminario, la sera di giovedì 24 settembre, quindici.

Don Maurizio Spanu, direttore Caritas diocesana e direttore Ufficio diocesano Migrantes