Il 27 settembre la 112ma Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato

Il tema scelto da papa Leone è: “Anche uno solo di questi bambini”.

Non un numero dentro una statistica, ma un volto, una storia, una vita da custodire. Domenica 27 settembre la Chiesa celebra la 112ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che papa Leone XIV affida a un’espressione evangelica esigente: Anche uno solo di questi bambini.

La Giornata affonda le sue radici nel 1914, quando, per sollecitudine di Benedetto XV, la Sacra Congregazione Concistoriale chiese alle diocesi italiane di istituire un appuntamento annuale dedicato alla condizione dei migranti.

Celebrata per la prima volta il 21 febbraio 1915, nacque per sensibilizzare le comunità cristiane e sostenere le opere pastorali rivolte a quanti vivevano lontano dalla propria terra. Rotte e scenari sono cambiati, ma non la sua ragione: scuotere le coscienze e trasformare la solidarietà in responsabilità concreta.

Nel Messaggio per il 2026, papa Leone XIV porta al centro i più fragili: bambini e adolescenti in fuga da guerre, povertà, violenze e disastri ambientali. Alcuni viaggiano con i genitori, altri ne sono stati separati; molti hanno perso familiari e amici o conosciuto tratta e sfruttamento.

Sono tre volte indifesi, ricordava papa Francesco, perché minori, stranieri e inermi.

Il Papa ci ricorda che prima di essere migrante, ciascuno è un bambino, portatore di una dignità infinita e di diritti che non dipendono dal luogo di nascita o da un documento: la vita, l’educazione, la famiglia, la possibilità di crescere pienamente. Allora non basta gestire i flussi ma occorre intervenire sulle cause della fuga, garantire protezione, favorire i ricongiungimenti e scongiurare nuove separazioni.

L’appello di Leone raggiunge anche le parrocchie, dove l’accoglienza non può restare un concetto astratto né essere delegata soltanto ad associazioni. Tutta la comunità cristiana è chiamata a considerare questi ragazzi come figli e a creare occasioni di incontro con i loro coetanei: è il passaggio dall’assistenza alla relazione, dalla distanza all’amicizia.

Anche uno solo impedisce di nascondersi dietro la vastità del fenomeno: non possiamo aiutare tutti, ma nessuno può voltarsi dall’altra parte. Nel bambino impaurito, nella ragazza sola, in chi cerca un luogo sicuro, il Vangelo ci domanda di riconoscere Cristo. Accoglierne uno significa accogliere Lui e lasciare che il suo volto cambi il nostro.

A cura di Valentina Contiero, pubblicato su L’Arborense n. 32 del 27 settembre 2026