Il Vescovo deve sempre favorire la comunione missionaria nella sua Chiesa diocesana perseguendo l’ideale delle prime comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e un’anima sola (cfr At 4,32). Perciò, a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade (Evangelii gaudium 31).
Comunione e comunità
Riflessioni e prospettive sul cammino delle Diocesi di Oristano e Ales-Terralba unite in persona episcopi
Con bolla autografa del 3 luglio 2021, papa Francesco, di venerata memoria, univa in persona episcopi la Diocesi di Ales-Terralba all’Arcidiocesi di Oristano. In realtà tale unione esisteva di fatto già dal 2019 quando, come Arcivescovo di Oristano, ero stato nominato anche Amministratore Apostolico della Diocesi di Ales-Terralba. Ma dal 3 luglio 2021, nominandomi nuovamente Vescovo di Ales-Terralba, la Santa Sede ha definito anche in forma canonica la realtà che doveva avviare un cammino di collaborazione e comunione fra le due Diocesi. Sono passati cinque anni da quell’unione formale. Un tempo sufficiente per poter fare una riflessione articolata, rileggendo il cammino fatto come Presbiterio e comunità cristiane, valutando le diverse esperienze che sono state realizzate, le problematiche che sono emerse, insieme ai frutti che sono maturati in questo tempo.
È ormai opportuno e necessario avviare una riflessione maggiormente approfondita sulla realtà delle due Diocesi unite in persona episcopi, anche per progettare il cammino futuro. Questo percorso potrebbe condurre a una unione effettiva delle comunità oppure alla prosecuzione della fase attuale. Una terza ipotesi, cioè il ritorno allo status quo ante (con due Diocesi e due vescovi ordinari), sembra al momento non presa in considerazione dalla Santa Sede.
Una domanda fa da sfondo alla riflessione offerta in queste pagine: siamo pronti per andare verso un’unione piena delle due Diocesi o è necessario lasciare ancora tempo per un cammino condiviso, vivendo più intensamente la realtà dell’unione solo in persona episcopi?
La risposta al quesito sopra espresso esige alcuni passi: in primo luogo, l’effettivo coinvolgimento dei presbiteri, dei diaconi, dei laici e delle religiose e dei religiosi delle due Diocesi. Sarà necessario attivare gli organismi di partecipazione (Collegio dei consultori, Consiglio presbiterale, Consigli pastorali parrocchiali e diocesani) e le associazioni, gruppi e movimenti ecclesiali che animano il tessuto diocesano. Il metodo sinodale, già sperimentato negli anni scorsi nella Chiesa universale e nelle nostre comunità, sarà un utile strumento per la partecipazione dei fedeli, chiamati a dare il loro contributo su un aspetto che tocca tutti: come prendere parte attivamente a un cammino che potrebbe cambiare il volto delle due comunità ecclesiali, entrando in una dinamica di condivisione, collaborazione e progettazione?
Cos’è l’unione in persona episcopi?
Prima di approfondire ulteriormente la riflessione, è utile ritornare alla definizione di unione in persona episcopi (nella persona del Vescovo) per comprendere la realtà di cui si vuole parlare. Questa espressione significa l’unione di due o più Diocesi sotto la guida di un unico Vescovo, pur mantenendo inalterate le strutture, le parrocchie e gli uffici di ciascuna. La Santa Sede utilizza questa formulazione con una certa frequenza dal 2019, su impulso di papa Francesco che chiese alla Conferenza Episcopale Italiana di farsi carico di un ripensamento del numero e dell’organizzazione delle Diocesi in Italia, per rispondere a situazioni organizzative, ecclesiologiche e pratiche. La necessità di creare un nuovo stile di pastorale fondato sulla collaborazione e il coinvolgimento dei laici, di razionalizzare le risorse umane e strutturali e, non ultimo, la necessità di ridurre il numero di Diocesi, che in Italia arrivava a 226[1], ha richiesto di puntare con decisione verso questa prospettiva[2]. Papa Leone XIV, nel suo discorso alla CEI ad Assisi nel novembre 2025, ha ribadito questa prospettiva.
Nell’unione in persona episcopi le Diocesi, come è accaduto per Oristano e Ales-Terralba, non vengono fuse dal punto di vista giuridico o territoriale. Cattedrali, archivi, uffici di curia, organismi diocesani e seminari restano autonomi e indipendenti. L’unione riguarda esclusivamente il vertice ministeriale, ossia la persona del Vescovo. Uno tra i principali vantaggi risiede nell’avere un unico pastore, elemento che facilita la collaborazione e garantisce un’omogeneità di fondo nelle linee pastorali. Questa formula, tuttavia, impone al Vescovo uno sforzo organizzativo e di presenza non sempre agevole e che richiede tempo per tradursi in realtà. Bisogna infatti fare i conti con la conformazione del territorio, la viabilità, talvolta problematica della Sardegna centrale, le distanze tra le comunità e i differenti stili pastorali sedimentatisi nel tempo. Ciò che la Santa Sede desidera, nel favorire l’unione in persona episcopi, è che la comunità cristiana percepisca e viva l’unione non come un metodo amministrativo ma come una reale opportunità di crescita spirituale. Si tratta dunque di una possibilità di rinnovamento e di una sfida non esente da fatiche, lentezze e ostacoli. D’altra parte, questa situazione non è destinata a durare per sempre: l’ipotesi di fondo è che dall’unione in persona episcopi si passi, nel tempo, a una fusione delle due Diocesi. Questo processo si definisce propriamente come piena unione o unione estintiva. In questo caso, le circoscrizioni precedenti si sciolgono definitivamente per dare vita a una nuova e unica realtà ecclesiale, dotata di un solo territorio e di una sola curia.
L’unione in persona episcopi non è solo o principalmente un problema organizzativo o burocratico, motivato dal fatto di rendere efficienti le risorse umane e strutturali. Si tratta anche e soprattutto di un cambiamento ecclesiologico profondo, che tocca l’identità della Chiesa locale e il modo in cui i cristiani delle due Diocesi vivranno la loro fede nel futuro[3].
Il rapporto Vescovo – Diocesi
È utile riprendere alcuni concetti di teologia che ci aiutino ad approfondire il rapporto tra il Vescovo e la Diocesi, tra la Chiesa locale e la Chiesa universale. San Cipriano diceva: La Chiesa è nel Vescovo e il Vescovo è nella Chiesa. Egli è il punto di convergenza di tutta la vita diocesana: presbiteri e diaconi, religiosi, laici, parrocchie e associazioni.
Il legame tra Vescovo e Chiesa locale è descritto come un legame nuziale, un legame di fedeltà a una Diocesi: questa non è solo un confine geografico o una struttura burocratica, ma è una porzione del popolo di Dio affidata a un Pastore. Il decreto conciliare Christus Dominus, al n. 11, definisce la Diocesi come una porzione del popolo di Dio affidata alle cure pastorali del Vescovo coadiuvato dal suo presbiterio. Essa non è anzitutto definita dai suoi confini geografici, ma dalla relazione sacramentale e sponsale che unisce il Pastore al suo gregge.
Continua il testo, riferendosi alla Chiesa locale, in modo che, aderendo al suo pastore, e da questi radunata nello Spirito Santo per mezzo del Vangelo e della eucaristia, costituisca una Chiesa particolare nella quale è presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica. Da notare che nel testo si usa il termine portio (porzione) e non pars (parte) proprio per indicare che la Chiesa universale non è semplicemente composta da più parti (le chiese locali), ma è presente in esse.
In Lumen gentium 23 si afferma che, nella sua Chiesa locale, il Vescovo è il visibile principio e fondamento dell’unità, cioè della comunione di tutti i fedeli e del collegio dei ministri, vale a dire dei presbiteri, dei diaconi e degli altri ministeri ecclesiali. La Chiesa locale, perciò, non è una succursale di Roma, ma la pienezza della Chiesa di Cristo che si manifesta localmente attraverso la Parola e l’Eucaristia.
La Lettera Communionis Notio, promulgata nel 1992 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, aiuta a superare ogni apparente contrasto tra la dimensione universale e quella locale della Chiesa. La Chiesa universale non nasce infatti dalla semplice somma o federazione di tante Diocesi. Al contrario, essa è una realtà viva che abita e si esprime nelle e a partire dalle singole Chiese locali.
Il rapporto tra le parrocchie e la Diocesi
In questo testo si parla spesso di Diocesi e parrocchia, ma è opportuno chiarire la relazione che esiste tra queste due realtà oltre alla differenza nella loro natura. Non è possibile equiparare l’unione di due Diocesi all’accorpamento di più parrocchie, poiché la Diocesi costituisce una porzione della Chiesa universale e un soggetto ecclesiale teologicamente compiuto, mentre la parrocchia non possiede questa totalità ecclesiologica originaria.
Come stabilito dal Codice di Diritto Canonico (cfr. can. 515 § 1), la parrocchia è una comunità di fedeli costituita stabilmente all’interno di una Chiesa particolare e affidata alla cura pastorale di un parroco, il quale agisce sotto l’autorità del Vescovo. Tra parrocchia e Diocesi intercorre quindi una relazione di comunione e di dipendenza vitale: la comunità locale riceve la sua identità dal Vescovo (cfr. LG 23), il quale esercita la sua autorità apostolica per mezzo di un presbitero scelto come parroco. L’azione parrocchiale non si fonda, perciò, sulla semplice intraprendenza del singolo parroco o della comunità, poiché è proprio dal ministero episcopale che le parrocchie attingono la linfa del proprio essere e agire. Per queste ragioni, mentre l’accorpamento delle parrocchie si configura come un semplice atto di riorganizzazione funzionale interna alla Chiesa locale, l’unione di due Diocesi tocca la struttura sacramentale[4] della Chiesa universale, rappresentando la fusione di due soggetti teologici autonomi che, a differenza della parrocchia, vivono direttamente della vita stessa della Chiesa di Cristo.
Quanto detto sul rapporto tra il Vescovo e la Diocesi viene però sollecitato a una profonda revisione quando si tratta di guidare due Chiese particolari, sperimentando, per così dire, la condizione di avere due spose. In questo contesto, appare forse più adeguato il concetto di paternità: se la cura di più Diocesi dilata inevitabilmente questa dimensione paterna, la complessa realtà strutturale del territorio rischia d’altro canto di farla soffrire – anche al di là delle intenzioni del pastore – a causa di un’inevitabile distanza o assenza fisica[5]. Si tratta, allora, di creare le condizioni non per avere un pastore diviso a metà, ma una guida che allarga le braccia per unire due tradizioni sotto un unico sguardo.
Inoltre, nella Cattedrale della Diocesi la presenza fisica del Vescovo manifesta l’unità. Se esistono due o più Cattedrali, il Vescovo deve moltiplicare i segni dell’unità, come di fatto è avvenuto concretamente nelle nostre Diocesi di Oristano e Ales-Terralba, e questo per venire incontro alla sensibilità del presbiterio e dei laici. Per esempio, questo ha comportato l’alternanza della celebrazione della Messa Crismale, epifania della Chiesa, come anche delle celebrazioni del Natale e poi della Pasqua. Fra le preoccupazioni e i timori c’è la percezione, da parte del presbiterio e del popolo di Dio, che la Diocesi più grande numericamente e con strutture più articolate possa assorbire, far scomparire, la Diocesi più piccola. Questa realtà di fatto esiste come percezione nella relazione tra la Arcidiocesi di Oristano e la Diocesi di Ales-Terralba, peraltro suffraganea della prima.
Una tra le maggiori sfide che pone sia l’unione in persona episcopi che l’unione piena, è camminare verso una comunione che valorizzi la specificità spirituale e storica di ciascuna Chiesa particolare.
La riflessione che viene proposta attraverso queste pagine vuole stimolare il presbiterio, la vita consacrata e i fedeli laici perché individuino quegli elementi che devono essere conservati come identitari e quelli che possono essere messi in condivisione per un percorso unico[6]. Questo sarà di grande utilità per la progettazione di un cammino comune e per la riflessione da portare all’attenzione della Santa Sede.
Superare i campanilismi nell’ambito diocesano e parrocchiale
È questa la fatica più grande che si trovano ad affrontare sia i presbiteri sia i laici delle due Diocesi, tanto a livello diocesano quanto parrocchiale. La formazione che i presbiteri hanno ricevuto negli ultimi 30 anni è focalizzata sull’obiettivo di preparare l’uomo-presbitero a essere incardinato in una Diocesi particolare, destinato di solito a una sola comunità e alla guida di una parrocchia. Allo stesso modo anche la formazione dei laici nelle nostre parrocchie mira al coinvolgimento in un’unica comunità, e più raramente ci si orienta verso una collaborazione con altre comunità.
Sebbene la collaborazione con altri presbiteri sia contemplata, risulta meno sviluppata l’idea di dover unire le forze in un cammino unitario tra due Diocesi, di progettare insieme per un gruppo di parrocchie o di creare una cooperazione fattiva con gli uffici a livello interdiocesano. Oggi il concetto tradizionale di confini parrocchiali si amplia e si modifica: pur mantenendo il proprio valore e la propria utilità, richiede che la formazione recepisca questa nuova realtà, traducendola in prassi educativa e in una mentalità aperta alla collaborazione.
In questa prospettiva si sono fatti finora solo timidi passi. Risulta, infatti, meno facile superare i confini diocesani, sia per il peso storico e teologico che la realtà diocesana comporta, sia per la complessità nell’assumere una nuova visione di appartenenza. In questo nuovo orizzonte, tuttavia, i laici entrano in scena in modo significativo. La sinodalità appare allora non come una novità o una moda del momento, ma come una necessità per rendere il percorso delle comunità partecipato e condiviso, favorendo al contempo il dialogo tra le Diocesi. I laici sono chiamati ad assumere ruoli di responsabilità nella gestione delle comunità e delle strutture pastorali interdiocesane; per questo motivo, è fondamentale offrire loro una formazione adeguata e concreta, sia a livello comunitario sia a livello diocesano e interdiocesano.
Questo modo di agire stimola tutti (presbiteri e laici) a non rinchiudersi nel proprio ambiente o territorio, ma ad aprirsi a una nuova prospettiva pastorale, imparando che la Chiesa non coincide con i confini della propria parrocchia ma è universale[7].
Un cammino condiviso
Tra gli strumenti utilizzati per realizzare un cammino condiviso tra le due Diocesi di Oristano e Ales-Terralba c’è stato quello di progettare insieme un programma di formazione permanente dei due presbitéri. L’idea ha avuto alterne fortune. A volte si è percepita la bellezza di questa condivisione, altre volte la fatica. Diverse sono state le metodologie messe in atto: da incontri in un unico luogo di una delle due Diocesi a incontri alternati nelle due Diocesi; al coinvolgimento per le riflessioni di presbiteri dell’una e dell’altra Diocesi; all’alternanza di temi tra teologia e formazione del clero. C’è stata nei primi anni la proposta di esercizi spirituali insieme. Ogni anno poi si è offerta alle due Diocesi la Lettera alla Comunità dove ho cercato di indicare il tema centrale di riflessione pastorale per tutte le comunità. Una maggiore attenzione a questa proposta nelle comunità sarebbe stata necessaria per camminare insieme verso un obiettivo comune. Per quanto riguarda la collaborazione tra gli uffici, mentre fra alcuni è risultata facile da realizzare, come per esempio per la Caritas, altri uffici, come la Pastorale Giovanile Vocazionale, hanno vissuto con maggior fatica la collaborazione a causa degli stili e approcci consolidati nel tempo e la fatica a sentirsi in sintonia con un unico stile valido per entrambe le Diocesi. Altri uffici potrebbero collaborare, come quello per esempio delle Missioni o l’Ufficio scuola per l’insegnamento della religione cattolica, l’Ufficio liturgico, l’Ufficio per le Comunicazioni Sociali (riviste, web, social) e così via. Si tratta di proporre progetti concreti e verificabili nel tempo, valutando se i traguardi raggiunti finora siano sufficienti a tracciare il cammino da compiere in vista di una piena unione.
La realtà nei numeri
Non possiamo prescindere dalla realtà concreta delle due Diocesi che si riflette nei numeri. Non si tratta di fare un’analisi statistica esaustiva di tutti gli elementi presenti in una Diocesi, ma solo offrire alcuni dati utili per la riflessione. La popolazione della Diocesi di Oristano si aggira attualmente attorno ai 126.978 abitanti, con una superficie di 3.112 chilometri quadrati, inoltrandosi fra le province di Oristano, Nuoro e Cagliari. Mentre la Diocesi di Ales-Terralba si attesta attorno agli 88.868 abitanti, con una superficie di 1.494 chilometri quadrati, abbracciando le province di Oristano e del Medio Campidano. Per quanto riguarda il clero: a luglio 2026 l’Arcidiocesi di Oristano contava su 75 presbiteri diocesani per 85 parrocchie, mentre la Diocesi di Ales-Terralba ne registrava 54 per 54 parrocchie. Nello specifico della realtà di Ales, tra i sacerdoti si contano 30 parroci con incarico attivo alcuni con due, tre, quattro parrocchie, 10 collaboratori privi di incarico specifico e 14 sacerdoti a riposo in famiglia per ragioni di salute. Attualmente Ales non ha la presenza di Ordini religiosi maschili, eccettuati le due comunità di sacerdoti religiosi africani presenti in Diocesi da molti anni. Oristano invece ha 44 parroci attivi, con incarico di due, tre, quattro sino a cinque parrocchie; 4 parroci religiosi e altri 12 religiosi che prestano servizio nelle chiese conventuali; 7 presbiteri ritirati che collaborano nelle loro comunità di residenza. Altri presbiteri (in numero di 14) si occupano di cappellanie di comunità religiose o sono attivi nei diversi uffici diocesani. 9 sacerdoti, per ragioni di salute, risiedono in famiglia o in qualche struttura.
Dal punto di vista anagrafico, l’età media dei presbiteri di Oristano è di 60 anni, che sale a 78 anni se si considerano anche i sacerdoti in pensione. Nella Diocesi di Ales l’età media complessiva è più alta, attestandosi a 66 anni, mentre i sacerdoti a riposo raggiungono una media di 84 anni. Il quadro ministeriale si completa con la presenza dei diaconi permanenti, che sono 2 per Oristano e 6 per Ales-Terralba. Infine, per quanto concerne le vocazioni, il Seminario Regionale ospita attualmente 2 seminaristi, uno per ciascuna delle due Diocesi.
Entrambi i gruppi di presbiteri presentano una percentuale importante di preti già avanti negli anni; alcuni sono ritirati nelle loro comunità di origine, sebbene ancora si rendano disponibili alla collaborazione con il parroco o per altre attività pastorali. Questi numeri, per quanto scarni ed essenziali già dicono che le forze in campo sono ridotte di fronte a un impegno di richiesta pastorale esigente. È ormai non procrastinabile la necessità di una revisione dello stile e organizzazione delle forze a disposizione, comprendendo in questo tutte le vocazioni che sono presenti nella Chiesa. A questo si aggiunge una problematica umana e spirituale importante, che si affianca al problema delle forze ridotte: il grande rischio della solitudine del prete, aggravato dal peso del ministero (il numero crescente di parrocchie da servire) e una certa fatica nel vivere la fraternità sacerdotale.
La storia delle due Diocesi si riflette anche nella gestione e nella impostazione della pastorale parrocchiale e diocesana. Mentre la Diocesi di Ales-Terralba è abbastanza uniforme come territorio, abbracciando principalmente la zona della Marmilla, del Campidano e del Terralbese, quella di Oristano dal Campidano si estende nella zona della Barbagia, sconfinando nella provincia di Nuoro per poi raggiungere la provincia di Cagliari, con differenze anche antropologiche nelle tradizioni popolari, nello stile di manifestare e vivere la fede.
Di fronte a questi elementi, che avrebbero bisogno di approfondimento e che qui ho segnalato solo per averne una idea almeno generale, riprendo la domanda già espressa precedentemente: quali sono gli aspetti che uniscono, le dimensioni di forza e quelle di limite su cui far convergere la riflessione riguardo al tema dell’unione in persona episcopi, in vista di un cammino maggiormente condiviso ed eventualmente, un domani, di una piena unione?
È necessario partire dall’aspetto condiviso e fondante per tutti, cioè il fatto di essere uomini e donne battezzati, di aderire alla fede cristiana che crede nella Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo e in Gesù Cristo figlio di Dio, morto e risorto per noi. Come cristiani viviamo l’Eucaristia come l’evento centrale della nostra vita di fede e attorno a questo nucleo poi si sviluppano i cammini di formazione, sia quelli rivolti all’iniziazione cristiana sia quelli che offrono formazione degli adulti. Questo ci porta a comprendere che non è tanto la parrocchia o la Diocesi in sé – sebbene ciascuna di queste realtà abbia motivazione teologiche e pastorali importanti e determinino il concetto di appartenenza – ciò che determina il nucleo centrale della vita cristiana, quanto piuttosto la confessione di Gesù Cristo come Signore.
Chiaramente l’aspetto territoriale non può essere ignorato, ma compreso sotto nuove prospettive. Si può appartenere alla Diocesi per le ragioni teologiche già esposte o a una parrocchia, alle tradizioni, alla storia e anche agli edifici sacri; questo è parte dell’identità del cristiano ma non la esaurisce: infatti siamo chiamati a essere cittadini anche del mondo, cristiani che sanno aprirsi ad altre realtà comunitarie. Questo potrebbe essere uno dei punti chiave della progettazione futura nelle due Diocesi in vista del cammino di unione: che cosa conservare di specifico della mia comunità, che cosa invece mettere in relazione con altre comunità cristiane vicine? Sappiamo che questa decisione non è facile, perché c’è sempre il timore di perdere la propria identità, di divenire satelliti di comunità più grandi e organizzate. Eppure, sia uno dei passaggi da realizzare, se si vuole fare un cammino unitario: quello di fermarsi a ragionare su che cosa possiamo lasciare, su che cosa invece dobbiamo mantenere. Per tutti è fondamentale l’incontro con Gesù Cristo e la celebrazione dell’Eucaristia che unisce la comunità e le comunità. L’Eucaristia è momento di unione, ma ha pure grande importanza la formazione alla vita cristiana, da ripensare sia in relazione all’iniziazione cristiana sia nei confronti degli adulti, di coloro che ritornano alla fede dopo un periodo di lontananza. Infine, insieme all’Eucaristia e alla formazione è essenziale la dimensione della carità articolata sia in Diocesi che nelle singole comunità parrocchiali o unità pastorali.
Difficoltà e potenzialità di un cambiamento
I cinque anni vissuti dalle due Diocesi nell’esperienza di unione in persona episcopi hanno messo in evidenza positività e limiti. È legittima la domanda sulle difficoltà emerse, anche in prospettiva di ulteriori decisioni. Tra i limiti risalta il fatto di non essere riusciti a coinvolgere in un modo convincente e profondo le comunità cristiane, che di per sé non sembrano aver risentito più di tanto da questa unione in persona episcopi, se non perché il Vescovo dovendo far fronte a più appuntamenti ha dovuto scegliere – e dunque rinunciare – a questo o quell’appuntamento per questa o quella comunità.
È dunque di grande importanza che i fedeli delle due Diocesi (Oristano e Ales-Terralba) prendano maggiore coscienza di questa realtà e si esprimano, partendo da questa domanda di fondo: in che cosa l’unione in persona episcopi, a tuo giudizio e secondo la tua esperienza, ha comportato un cambiamento nella tua vita cristiana? Come pensi che si dovrebbe procedere per realizzare un reale cammino di collaborazione tra le due Diocesi? Credi che siamo pronti per un cammino di piena unione delle due Diocesi?
Un altro aspetto su cui è necessario riflettere come comunità cristiana è quello su che cosa si è disposti a sacrificare nell’organizzazione della comunità in modo da favorire una progettazione più ampia, articolata, di natura pastorale.
Abbiamo compreso che la riduzione di clero disponibile nelle due Diocesi costringe e obbliga un ripensamento della pastorale, con una progettazione anche ampia in relazione alle Diocesi, un modo nuovo di organizzarsi o una rideterminazione dell’attività delle parrocchie che vengono affidate a uno o più sacerdoti.
L’affidamento di più parrocchie a un unico parroco o a due parroci in solidum costituisce un’esperienza già attuata da tempo, che forse dobbiamo riproporre su scala più ampia. Questa transizione non deve essere subita passivamente, ma piuttosto accolta e compresa a fondo dalle comunità. Solo in questo modo potrà essere valorizzata come una reale potenzialità di crescita pastorale, anziché essere vissuta come una limitazione.
Quali sono le difficoltà che il Vescovo ha dovuto affrontare in questa situazione? Quelle di dividersi fra due Diocesi, con l’innegabile tempo dedicato all’andare e venire, all’essere presente nell’uno o nell’altro episcopio per poter accogliere i presbiteri o le persone e affrontare problematiche diverse, spesso tra loro molto distanti per oggetto e metodologia di soluzione. Che difficoltà hanno dovuto affrontare i presbiteri? Quelle di non avere sempre a disposizione il Vescovo nelle celebrazioni della comunità, oppure dover affrontare le resistenze di comunità che non vogliono rinunciare alle loro celebrazioni e feste o al numero di Messe, o di quelle comunità vicine tra loro ma che faticano a collaborare o sono espressamente contrarie. Sebbene abbia cercato di non far mai mancare l’incontro e il dialogo, è evidente che l’alto numero di comunità, di impegni, di celebrazioni, ha richiesto scelte che favorivano una comunità a discapito di un’altra.
Se vi sono state difficoltà per il Vescovo e per i presbiteri bisogna riconoscere anche quelle che hanno affrontato i fedeli laici. Principalmente quella di avere minore relazione con la persona del Vescovo che prima poteva essere presente in più occasioni nella comunità. Riscontro di questo è stato, per esempio il dialogo con alcuni sindaci del territorio che hanno espresso questo loro disagio per dover condividere la persona del Vescovo con l’altra Diocesi. Eppure, una prima impressione fa pensare che le persone si siano accorte relativamente poco della situazione creatasi in persona episcopi. È possibile che la Diocesi di Ales-Terralba, nelle sue comunità e nei fedeli laici, abbia percepito con maggior forza questa nuova situazione, considerata la precedente abituale presenza del Vescovo.
Camminare secondo lo Spirito
Sarebbe solo uno sforzo organizzativo quello che volesse affrontare i problemi e i passi qui di seguito elencati, se prima di tutto non ci fosse da parte delle comunità e dei singoli un atteggiamento di apertura allo Spirito Santo per chiedere l’illuminazione necessaria a un discernimento attento, profondo, motivato dalla ricerca del vero bene per la comunità e le Diocesi. Ecco perché prima di affrontare le schede di lavoro è importante che i gruppi e le varie strutture decisionali dedichino tempo di qualità alla preghiera e all’invocazione. Dobbiamo avere fiducia nel Signore che ci aiuterà a comprendere in vista del bene della sua Chiesa i percorsi da fare.
I passi concreti da fare
Ci domandiamo adesso: quali potrebbero essere i passi concreti per aiutare un approfondimento della realtà della unione in persone episcopi ma anche aprirsi alla domanda sulla futura piena unione?
Questa domanda coinvolge le parrocchie, i consigli pastorali, i sacerdoti, le religiose e i religiosi.
Le schede di lavoro presentate a conclusione delle Lettera sono un invito a dare risposte concrete secondo alcune indicazioni che saranno date a conclusione di questo testo.
Lo scopo del coinvolgimento di tutto il popolo di Dio che costituisce le due Diocesi è quello di far emergere e affrontare con chiarezza le resistenze che ci possono essere nel cammino di unione e quindi avviare l’individuazione di alcuni obiettivi da realizzare insieme e che permettano una fruttuosa collaborazione e un cambio di stile pastorale. Quali passi o decisioni potrebbe mettere in atto il Vescovo per favorire un cambio reale della nuova situazione e per affrontare le difficoltà?
In primo luogo, quello di favorire incontri di riflessione: sia con i presbiteri, iniziando da quelli che ricoprono ruoli nella Diocesi (vicari, vicari foranei, membri del consiglio presbiterale, collegio dei consultori, direttori degli uffici diocesani), sia con i laici che rivestono ruoli nella Diocesi e negli uffici, ma anche i membri del consiglio pastorale diocesano.
Altro strumento sono le assemblee aperte a tutto il clero, dove i presbiteri possano esprimere apertamente le loro fatiche e i loro timori. Non si tratta principalmente di un sondaggio di opinioni o di trovare soluzioni di tipo pratico, ma di confrontarci con la realtà che impone una riflessione e un cambiamento, come per esempio il calo del numero delle vocazioni, l’innalzamento dell’età dei presbiteri e la diminuzione del numero di preti in attività e mettere tutto questo in relazione alla realtà della unione in persona episcopi o alla piena unione. Si ritiene necessario questo confronto per evitare di percepire il cambiamento come imposto dall’alto.
Fra le opzioni che sono state utilizzate nelle nostre Diocesi in questi anni per favorire un dialogo fecondo ci sono stati gli incontri spirituali e formativi, gli esercizi spirituali che hanno cercato di unire i due presbiteri, favorendo un contatto, il dialogo, la conoscenza. Questa metodologia ha avuto diversi esiti: alcuni hanno accolto le proposte con interesse, altri hanno sopportato o addirittura hanno espresso il desiderio di ritornare al come prima. Faceva parte di questa pedagogia dell’incontro anche il condividere la mensa e i momenti di preghiera, ma talvolta si è assistito a una resistenza a questa possibilità, con numeri ridotti rispetto alle aspettative. Bisogna allora ripensare il cammino con nuova metodologia e nuovi obiettivi, riconoscendo che esiste già da tempo una collaborazione meno strutturata, più familiare, consolidata nel tempo, quando si invitano nelle parrocchie preti dell’una e dell’altra Diocesi per la predicazione, le confessioni, le feste patronali. Sono momenti di unità e condivisione che hanno il loro valore e creano un clima di condivisione e aiuto.
Un cammino che si è cercato di avviare e che dovrebbe favorire l’incontro tra le due Diocesi è quello della collaborazione tra uffici omologhi (Caritas, Catechistico, Pastorale Giovanile Vocazionale), per comunicarsi progetti e elaborarne alcuni insieme. Una parola va dedicata al Servizio di Pastorale Giovanile Vocazionale. Come si è accennato le due Diocesi hanno una tradizione storica differente con stili di approccio diversi. Sarà importante ritrovarsi insieme per progettare passi comuni, come quello dell’accoglienza dei giovani che desiderano approfondire la domanda vocazionale. Individuare persone che possano dedicarsi totalmente a questo servizio è prioritario sebbene questa scelta debba fare i conti con le altre dimensioni pastorali come il servizio alle comunità.
Tra i passi da fare, sembra necessario quello di creare tavoli tecnici di esperti, sacerdoti e laici di entrambe le Diocesi, che studino la logistica, valutino le risorse, vedano dove si può attuare la collaborazione.
Anche la formazione nel Seminario regionale va prospettata in relazione alla realtà che si incontrerà nelle Diocesi alla necessità di educare al di là del proprio ambito diocesano, per un ministero che si apra alla condivisione con l’altra Diocesi.
Tutto questo potrebbe favorire la percezione che l’unione in persona episcopi non è una sconfitta o una perdita (della presenza del Vescovo, della propria autonomia come parroco…) ma piuttosto come un laboratorio di sinodalità dove si impara a pensare in modo allargato, ampio, al di là dei confini della propria parrocchia.
Se vissuta bene, l’unione educa i fedeli a non chiudersi nel proprio territorio. Diventa un laboratorio pastorale dove si impara che la Chiesa non coincide con i confini di un comune o di una provincia.
14 settembre 2026, Esaltazione della Santa Croce
+ Roberto Carboni
Arcivescovo di Oristano, Vescovo di Ales-Terralba
Scarica la Lettera in formato PDF ⇒ Lettera alla comunità 2026
SCHEDE DI LAVORO
Le domande che seguono non sono un sondaggio di opinioni, ma spunti di riflessione da far confluire in un testo finale da offrire poi alle comunità diocesane. Le domande sono indirizzate ai parroci, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, alle comunità parrocchiali delle Vicarie/Foranie, alle assemblee parrocchiali, ai Consigli pastorali parrocchiali e ai Consigli per gli affari economici.
Le sintesi degli incontri fatti sia nelle comunità parrocchiali che nelle Foranie/Vicarie devono essere inoltrate, entro il 15 aprile 2027, alla segreteria del Vescovo a questa mail: segreteria.Arcivescovoristano@gmail.com
Coinvolgimento dei laici
Si organizzino incontri del Consiglio pastorale parrocchiale e del Consiglio affari economici della parrocchia, per affrontare insieme le domande qui formulate e quindi fare un verbale che riassuma quanto è emerso dalla condivisione.
Si invita, prima di ogni riunione, a predisporre un momento di preghiera e invocazione allo Spirito Santo.
- Cosa significa per te che le due Diocesi di Oristano e Ales-Terralba sono unite in persona episcopi? Quali sono le conseguenze positive di questa unione? Quali gli aspetti problematici?
- Che suggerimento dai per favorire un cammino effettivo di unione fra le due Diocesi? A livello di clero, di fedeli laici?
- Quali aspetti ti preoccupano nell’idea dell’unione in persona episcopi o della piena unione delle due Diocesi? Per esempio: Dover ridurre la presenza dei presbiteri nella comunità? Dover rinunciare alla tradizione di feste e ricorrenze religiose? Dover ridurre il numero delle messe in parrocchia? Rinunciare a qualche celebrazione? Rivedere il numero di feste dei Santi durante l’anno? Aprirsi alla collaborazione con altre comunità parrocchiali vicine?
- Come ottimizzare i nostri attuali mezzi di comunicazione presenti nelle due Diocesi? Esistono due riviste diocesane: L’Arborense e Il Nuovo Cammino ed esistono canali digitali. Vedi opportuna una collaborazione stretta fra queste due realtà? In che modo si potrebbe realizzare, valorizzando gli apporti di ciascuna Diocesi, circa la vita sociale, la vita della Chiesa e della Diocesi?
Coinvolgimento dei presbiteri e diaconi delle Vicarie/Foranie
Il Vicario Foraneo favorisca riunioni dei presbiteri/diaconi delle Vicarie/Foranie della Diocesi per condividere e discutere insieme sulla unione in persona episcopi.
Si invita, prima di ogni riunione, a predisporre un momento di preghiera e invocazione allo Spirito Santo.
- Quale è la tua personale posizione riguardo all’unione in persona episcopi ed eventualmente, nel futuro, all’unione piena delle due Diocesi di Ales-Terralba e Oristano?
- Quali sono le principali difficoltà da parte del presbiterio che vedi in questo processo? Come gestire le resistenze dei fedeli rispetto a un cambiamento di abitudini (revisione del numero delle Messe, delle feste patronali etc.)?
- Quali sono le decisioni organizzative che favorirebbero questo processo?
- Vedi opportuni gli incontri dei Consigli presbiterali delle due Diocesi? Del Collegio dei Consultori? Del Consiglio affari economici? Per affrontare in modo sistematico i diversi ambiti implicati nella unione in persona episcopi e nell’eventuale unione piena?
Coinvolgimento dei religiosi e delle religiose
Il Vicario episcopale per la vita religiosa favorisca la riunione dei religiosi e delle religiose della Diocesi per condividere il loro pensiero in relazione all’unione in persona episcopi
Si invita, prima di ogni riunione, a predisporre un momento di preghiera e invocazione allo Spirito Santo.
- Quale è la tua personale posizione riguardo all’unione in persona episcopi ed eventualmente, nel futuro, all’unione piena delle due Diocesi di Ales-Terralba e Oristano?
- Quali sono le principali difficoltà, rispetto alla vita religiosa, che vedi in questo processo in corso o verso l’unione piena?
- Quali sono le decisioni organizzative che favorirebbero questo processo?
- Come le famiglie religiose maschili e femminili possono favorire il processo?
Spirito Santo,
apri il nostro cuore e la nostra mente
per iniziare con coraggio il cammino che ci metti davanti
senza lasciarci spaventare dai timori né rallentare dalle resistenze.
Donaci di portare frutti buoni
di collaborazione e ascolto
di comunione che crei comunità
e uno sguardo di speranza
al futuro delle nostre Chiese diocesane. Amen
Note
[1] In Francia le Diocesi sono 98. [2] Giuseppe Brunetta, sociologo e statistico ha ricostruito la variazione dei numeri delle Diocesi in Italia a partire dal 1863 (272). In seguito, i numeri sono questi: le Diocesi sono 291 nel 1888, 278 nel 1901, 284 nel 1924, 348 nel 1946, 292 nel 1951, 272 nel 1966, 349 nel 1973, 326 nel 1986 (cf. Atlante delle Diocesi d’Italia, Jesus – De Agostini 1995). «Pur accettando, con beneficio d’inventario, i conteggi precedenti al 1995, non si possono negare i cambiamenti istituzionali/territoriali intervenuti nell’arco di 130 anni». [3] C.R.M. RADAELLI, L’unificazione di più Diocesi: considerazioni ecclesiologiche e canonistiche in riferimento alla natura della Chiesa particolare in Quaderni di Diritto Ecclesiale, Anno XXXV, n.2. Aprile 2022, 236-258. [4] La Chiesa è soprattutto dono di Dio e non creatura nostra, e perciò questa struttura sacramentale non garantisce solo il comune ordinamento, ma anche questa precedenza del dono di Dio, del quale abbiamo tutti bisogno» (Benedetto XVI, Udienza Generale, 7 marzo 2007). [5] A. GIRAUDO, Le Diocesi unite in persona episcopi: ruoli e possibili attuazione tra autonomia e percorsi unitari, in Quaderni di Diritto Ecclesiale, Anno XXXV, n.2. Aprile 2022, 236-258, 159-184. [6] C.R.M. RADAELLI, Il percorso di unificazione delle Diocesi italiane nel dopo Concilio, in Quaderni di Diritto Ecclesiale, Anno XXXV, n.2. Aprile 2022, 202-220 [7] Fabrizio Carletti, Il difficile puzzle degli accorpamenti pastorali in Presbyteri 2023 (3) 190-199.

